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Il nostro primo Kurban Bayram a Istanbul

7 Nov

Il Kurban Bayram è una delle due feste religiose più importanti della Turchia. Il nome, tradotto in italiano, significa “Festa del Sacrificio” e commemora il gesto di Abramo che sacrificò un ariete per risparmiare suo figlio. Per quattro giorni ogni attività viene interrotta, scuole, farmacie e banche restano chiuse, le località non turistiche si spopolano perché gli abitanti si recano nel loro luogo d’origine. A Istanbul – incredibile – rimangono solo i turisti. Le famiglie più ricche ammazzano il capretto e lo dividono con i parenti, gli amici e i vicini di casa.

In questi giorni passeggiando per Beyoglu ho ripensato a questa festa vissuta ad Asmara e non ho potuto fare a meno di ricordare tutti i capretti che vedevo per le strade della città in questa occasione come anche per la fine del Ramadan. Qui a Istanbul di capretti vivi neanche l’ombra.

Oggi tutta la famiglia, nonni compresi, si è concessa una visita a uno dei quartieri più belli e interessanti, Galata.

Ben imbacuccati perché reduci da tosse e raffreddore, abbiamo cominciato il nostro giro turistico non a piedi, e neanche in taksi, ma usufruendo con tutta calma del servizio tram che parte da piazza Taksim e giunge fino a Tunel.

In piazza Taksim

In piazza Taksim

Qui percorrendo la via degli strumenti musicali

Strumenti musicali

Strumenti musicali

ci siamo gustati un buon succo di frutta

Succhi di frutta fresca

Succhi di frutta fresca

e, dopo esserci fermati di negozio in negozio, siamo giunti sotto la torre Galata che fu costruita dai genovesi nel 1348.

Torre Galata

Torre Galata

Inevitabile un buon pranzo a base di kebap.

Kebap di pollo

Kebap di pollo

Istanbul per me

28 Set
Beyoglu

Beyoglu

Sono stati in tanti fin dai miei primi giorni qui a Istanbul a chiedermi un’impressione su questa città. “Com’è là?”, “Come ti trovi?” “Cosa te ne sembra?”. Mi hanno detto.

Ho tardato a rispondere. Perché questa città è talmente multiforme che è difficile averne un’idea precisa da subito. Perché ero troppo assorbita dalla ricerca di una sistemazione in modo da dare alle Shukorine una parvenza di stabilità, di normalità. Perché non l’ho girata con gli occhi della turista, ma di chi deve rimanerci per sei anni.

Ad ogni modo, se devo parlare di impressioni, va detto che fin dal primo impatto mi è sembrata una metropoli affascinante. Estesa, multietnica, marittima, caotica, moderna e tradizionale nello stesso tempo. Istanbul è una città per viaggiatori. Credo che agli occhi di un italiano proveniente da un paese ma anche da una piccola città Istanbul possa sembrare troppo complessa. A me piace proprio per questo. I negozi sono sempre aperti, la gente mangia a qualunque ora, i locali sono affollati sia di giorno che di sera. E sono aperti sulla strada. Sì perché l’istanbuliota vive la strada, vive la città. Aborrisce gli spazi chiusi. Mette la sedia sui marciapiedi, davanti al suo negozio e chiacchiera sorseggiando il tè con gli amici; fa colazione, pranza o cena fuori. E soprattutto cammina. Le stradine qui a Beyoglu dove abitiamo noi, ma anche in tanti altri quartieri, sono strette e le salite si alternano alle discese, le scalinate alle vie lastricate.

Galata

Galata

E poi ci sono i gatti. Che sono gatti di tutti. Vivono anche loro per la strada. Hanno sempre dell’acqua ai lati dei portoni e del cibo in un cartoccio. Sonnecchiano sulle poltrone dei bar, sui sedili delle moto, sui cofani delle auto, davanti ai negozi. Istanbul li ama e li tratta con grande senso di civiltà.

Un gatto comodamente seduto davanti a un negozio

Un gatto comodamente seduto davanti a un negozio

Poi c’è la passeggiata serale. Dopo le sei le vie principali diventano fiumi di gente e piccoli palcoscenici per spettacoli di musica e danza.

Una danzatrice a Beyoglu

Una danzatrice a Beyoglu

E poi c’è abbondanza. Di cibo, cibo buono, come quello italiano. Di gente sorridente. Di tessuti pregiati, di oggetti d’artigianato finissimo, di mostre, di gallerie d’arte, di auto, di hotel, di scuole, di bar, di ristoranti, di negozi, di centri commerciali, di moschee, di battelli e di navi. Un’abbondanza che va oltre ogni immaginazione, soprattutto nei bazar. E ancora non ho visitato il Gran Bazar. Mi sono limitata al mercato di Eminonu ed è stato un tripudio di sapori, odori, colori.

E poi c’è il vento. Quella dolce brezza di mare che rende il cielo terso e ti accompagna per tutta la giornata.

E poi c’è il mare. Che non è l’infinito come l’ho visto in Italia, in Nigeria o in Eritrea. Ha una terra di fronte, ha un ponte illuminato, ha gente che lo attraversa ogni mattina per turismo, per commercio, per andare al lavoro passando da un continente a un altro.

Vista da Karakoy

Vista da Karakoy

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